Angeli in cabina: la storia dell'elisoccorso nelle Dolomiti Bellunesi

Le dita della mano scorrono veloci sui pulsanti, scandendo i vari passaggi di una check list ferrea. Nel vano sanitario i componenti dell'équipe si siedono ai loro posti . Poi una veloce conferma:l’equipaggio è assicurato. Le dita scivolano sull'interruttore dei motori. Un tocco porta la levetta da Idle a Flight. L’abitacolo dell’elicottero trema per la potenza dei due motori che spingono l’aria verso il basso . La mano ora si sposta sulla barra del comando del collettivo. La alza, facendo aumentare turbinio e vibrazioni . Il velivolo inizia pigramente a staccarsi da terra, scoda un pò verso sinistra ma poi si piega ai comandi del pilota. All’interno dell’abitacolo dell’ HC 145 si avvertono alcune scariche elettrostatiche della radio, poi arriva una comunicazione secca e precisa: “Papa Charlie da Falco”“Falco decollato”. Da qualche parte, in alta montagna, si avvicina un rombo cupo. Un puntino giallo, sempre più grande, fa capolino da dietro la linea di cresta delle vette.
L’elicottero del SUEM si tende a darlo per scontato, è piuttosto raro non averlo mai intercettato in missione. Affascina sempre osservarlo in azione anche se non ci si sofferma più di tanto sul perché si trovi in volo. Ma per capire quanto sia importante, bisogna pensare a quando non c’era. Agli inizi del 1900, in Dolomiti come su tutto il resto dell’arco alpino, il turismo e l’alpinismo trasformarono i territori montani. Da un’economia prettamente di sussistenza comparvero i primi alberghi. Con l’aumentare della frequentazione della montagna, crebbe anche la necessità di passare da un tipo di soccorso basato sul mutuo aiuto - tra alpinisti e montanari - a una rete organizzata. Nel 1902 il Dottor Angelo Majoni - di Cortina - istituì dei presidi per garantire operazioni d'aiuto in quota. Questi erano una sorta di prototipo del moderno soccorso alpino. I soccorsi in questo ambito erano basati esclusivamente sul solo personale a terra, senza adeguate attrezzature e spesso l’infortunato veniva affidato alle mani del becchino piuttosto che del medico. Il 1954 vede l’istituzione della Direzione del Corpo di Soccorso Alpino del CAI, ora conosciuto come Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Dopo dieci anni dalla sua istituzione questa nuova forma di assistenza iniziò ad intrecciarsi con quella dell’aviazione e in particolare degli elicotteri. Domenica 13 settembre 1964. Al rifugio VII ° alpini è una giornata di festa. Si inaugura il bivacco intitolato a Gianangelo Sperti. Presente , tra gli altri, c’è Piero Rossi, allora vice presidente del CAI di Belluno e Gabriele Franceschini: guida alpina feltrina. Quest’ ultimo decide di condurre l’amico ingegnere Guarnieri in cima alla Gusela del Vescovà. Improvvisamente la festa viene però interrotta dal futuro gestore del rifugio, Armando Sitta, che comunica: “Franceschini è caduto ed è gravemente ferito. Si organizza in un lampo la squadra di soccorso che, una volta risalito rapidamente il versante sud dello Schiara, raggiunge l’infortunato. Nel frattempo altri uomini salgono la Val Vescovà con materiale alpinistico e sanitario. Il soccorso si presenta complicato . La discesa verso la Val Vescovà è lunga e il ferito presenta traumi importanti. Giunti al Van dello Schiara, i soccorritori notano , con una certa diffidenza, la sagoma di un elicottero che sbuca improvvisamente dalla foschia del Van della Schiara. All’epoca non c’erano molti mezzi del genere che giravano in provincia. Faceva eccezione l’Alouette al seguito della troupe impegnata nella registrazione del film “il colonnello Von Ryan”,con Frank Sinatra come protagonista. L’ elicottero era stato chiamato da Piero Rossi che, saputa la gravità dell’infortunato, si adoperò affinché il velivolo venisse messo a disposizione della squadra di soccorso. Ai comandi vi era il pilota Blaes Guy che si diresse a tutta velocità verso il Van dello Schiara. Riporto ora le parole di Gianni Gianeselli, presente nella squadra di soccorso: “ Siamo con il ferito in Van dello Schiara, sentiamo il rotore arrivare da Pian del Gat. Si ferma due minuti, poi in hovering davanti alla cengia dove si trovava Franceschini. Le pale sfiorano la parete e le pietre della cengia inclinata. Il portello si apre e c’è Piero Rossi nell’elicottero. Il ferito è tirato dentro” Piero Rossi racconta così l'accaduto: “senza l’intervento dell’elicottero sarebbero state inevitabili almeno altre 10 ore di trasporto faticoso su impervi sentieri, che avrebbero messo a durissima prova il ferito ed i soccorritori. Ciò dimostra l’assoluta necessità di mettere a disposizione della nostra provincia, affidandolo all’Ente più opportuno, un elicottero del tipo e delle prestazioni di quello in questo caso impiegato”. Dopo alcuni giorni lo stesso elicottero è di nuovo impiegato sulle vette feltrine per il soccorso di Tito Pierobon dopo un volo in parete. Impegnato nella prima ascensione della parete nord del Sass de Mura,la fuoriuscita di un chiodo lo fece cadere per 7 metri. La diagnosi è severa: importante trauma toracico. Anche in questo caso l’uso dell’elicottero risultò provvidenziale per un rapido trasporto verso l’ospedale di Feltre. Da queste due esperienze, negli anni successivi il soccorso alpino inizierà una collaborazione con l’aeronautica militare effettuando decine di interventi . Gli anni ‘80 contribuirono alla definizione dell’elisoccorso moderno. Soccorso alpino e Elidolomiti danno infatti il via a una serie di importanti sperimentazioni tecnico-operative. L’elicottero usato in questa fase è un Aereospatial SA 315B, detto Lama. Questo velivolo era stato progettato e creato su indicazione dell’esercito indiano per operare ad alta quota in condizioni climatiche estreme. L’esperienza tra Elidolomiti e Soccorso Alpino creò inoltre dei fondamentali operativi utili anche in altri scenari in Italia. Il 15 luglio 1984 è un’altra tappa importante In quella mattina d’estate, Mauro Piccolin - futuro tecnico di elisoccorso - mentre arrampicava in Moiazza sulla pala del Belia perdeva l’appiglio cadendo e riportando un trauma alla colonna vertebrale. Il recupero di Mauro via terra risulta subito difficoltoso . Una parete a strapiombo complica le cose. La via aerea sarebbe più efficace. Si ma come? Qui entrano in gioco i casi fortuiti della vita. Quello stesso giorno il Lama di Elidolomiti stava effettuando un’esercitazione sulla vicina torre Trieste con il soccorso alpino di Agordo. L’elicottero vola con attaccato un cavo proprio sotto il baricentro della sua carlinga, all’estremità una gabbia. Questo sistema, detto gancio baricentrico, era in fase di sperimentazione come mezzo di recupero proprio di un ferito in parete. Ecco quindi che il Lama, pilotato da Renzo Rossi, si dirige verso la Moiazza. Per il soccorso alpino abbiamo Walter Levis e Luigi De Nardin. Questi ultimi intervengono in parete, traendo in salvo Mauro Piccolin. Questa esercitazione, trasformatasi in un soccorso reale nel giro di pochi attimi, è probabilmente il primo recupero in parete effettuato con il gancio baricentrico. L'importanza di questa evoluzione è determinante per le modalità di soccorso future. Diversamente dal recupero in hovering, ovvero con l’elicottero in volo stazionario, questo sistema permette di ampliare le soglie di intervento in parete e dove l’elicottero non può avvicinarsi al target perchè potrebbe impattare con oggetti al suolo, mettendo in pericolo il veivolo e l’equipaggio. La seconda parte degli anni ‘80 vede un riconoscimento dell’importanza dell’elisoccorso da parte dell'amministrazione provinciale e l’ingresso di un terzo attore nella gestione del soccorso con l’elicottero. Nel 1986 la legge regionale n° 52 decreta la nascita del SUEM, il“servizio urgenza emergenza medica”. Un sistema che ha la funzione di centralizzare le richieste d’intervento in modo da organizzare al meglio la chiamate di soccorso. Il numero di questo centralino era 043533118 e lo si chiamava per emergenze di carattere medico e sanitario. Questa organizzazione, voluta dal Dottor Angelo Costola, fu una delle prime in Italia e in anticipo sui tempi. Solo nel 1992 con il dpr del 27 marzo, vengono istituite a livello nazionale le centrali operative di allarme sanitario. Viene deciso come numero unico delle emergenze il 118. Contestualmente il delegato del soccorso alpino Angelo Devich nello stesso periodo inizia delle trattative serrate con la Regione Veneto per assicurarsi delle finanze certe per il servizio di elisoccorso. Il 1987 è l’anno dell’incontro tra le attività di elisoccorso promosse dal soccorso alpino e il neonato SUEM. È un periodo di incontri intensi tra il delegato Angelo Devich, il Dottor Costola e i dirigenti della sanità della Regione Veneto. Il Dottor Angelo Costola vuole costituire una centrale SUEM 118 a Pieve di Cadore, dotata di mezzi moderne . Si impone per ottenere un elicottero per i soccorsi sanitari primari, nei quali il soccorso alpino continua ad avere un ruolo rilevante. Il primo giugno 1988 l’estate è alle porte. Mentre la neve lascia il passo alle praterie alpine, si alza in volo per la prima volta l’elisoccorso gestito da Elidolomiti con il velivolo Aereospatial B2, dal SUEM di Pieve di Cadore e dal Soccorso Alpino. A bordo hanno attrezzatura medica , e operatorii estremamente formati per operare in terreno impervio. Il pilota ai comandi dell’elicottero viene dall’aviazione dello scià di Persia, nome in codice GAS. Questa convenzione è prevista per i soli mesi estivi e per il solo soccorso in montagna. Durante le operazioni Elidolomiti e soccorso alpino elaborano dei protocolli operativi per l’uso del gancio baricentrico ed elaborati manuali operativi e addestrativi. E’ sempre di quegli anni l’istituzione di varie basi di elisoccorso sparse sul territorio italiano. Difficile dire, effettivamente, chi sia stato il primo stato ad avere un elicottero specificatamente dedicato all’elisoccorso ma si può tranquillamente affermare che l’esperienza maturata dal soccorso alpino in un territorio tanto bello quanto ostico come le Dolomiti sia stato un tassello fondamentale per arrivare all’elisoccorso moderno. Gli anni ‘90 e i primi anni ‘ del nuovo secolo sono per l’elisoccorso come la sgorbia per il legno. Il servizio è necessario, la gente preparata c’è e la politica contribuisce economicamente. Vengono ideate e promulgate una serie di leggi, stilati e approvati protocolli operativi con l’ente nazionale aviazione civile. Vengono messi in linea velivoli sempre più performanti e adatti al soccorso tra le montagne. Esattamente come la sgorbia che dà forma ad un pezzo di legno delineando la figura che si vuole scolpire, queste iniziative danno forma a quello che è l’elisoccorso così come è conosciuto Falco...Falco da Papa Charlie. Dall’altra parte nessuna risposta. Cala il silenzio in Centrale Operativa a Pieve di Cadore. Nonostante tutto non ci si riesce più a mettere in contatto L’elicottero, modello Augusta A 109, aveva appena terminato una missione di soccorso di due escursionisti, sorpresi da un forte temporale. Una volta messi al sicuro si alza nuovamente in volo , deve svolgere una ricognizione sopra una frana. Il dubbio è che ci siano altre persone coinvolte. Purtroppo l’elicottero impatta su dei cavi, precipitando nel sottostante Rio Gere. Tutti i componenti dell’equipaggio morirono nell’impatto. I loro nomi erano: Dario De Felip, pilota, Fabrizio Spaziani, medico, Marco Zago, tecnico e Stefano Da Forno, tecnico di elisoccorso. Era il 22 agosto 2009. Il 25 Agosto, ai funerali a Belluno, giunsero più di 5000 persone a tributare l’equipaggio di Falco. Dopo la caduta dell’ A109 entrerà in servizio il moderno Airbus HC 145, più snello e adatto ai soccorsi in montagna. Fino a qui si è parlato dell’uso dell’elicottero nei soccorsi in montagna, ma risulta fondamentale anche come mezzo di trasporto veloce del paziente critico dalle zone remote della provincia verso l’ospedale di Belluno o verso i più specializzati ospedali della pianura Veneta. A titolo d’esempio la strada tra Livinallongo del Col di Lana e Belluno è di 62km con un viaggio stimato di un 1h e 10 minuti. Lungo la strada si trovano due ospedali. Quello secondario di Agordo e il principale di Belluno. Se ora tracciamo una linea di pari lunghezza in pianura, vedremo che la durata del viaggio sarà la medesima ma lungo questo tragitto troveremo molte più strutture ospedaliere, la maggior parte fornita di strutture avanzate di diagnosi e cura. Questo ci fà ancora meglio capire come l’elicottero sia un mezzo necessario per fornire un’ottima assistenza . Quando, ad esempio, un trauma coinvolge più parti del corpo, in chirurgia d’urgenza si parla di “Golden Hour”, ovvero riuscire ad intervenire in breve tempo per dare una possibilità maggiore alla vittima di non riportare danni invalidanti. E quale mezzo più veloce di qualcosa che vola? Magari di notte? E se ce ne fossero due? Le risposte sono facilmente immaginabili. Ad oggi Falco ha la base a Pieve di Cadore, e anche se piuttosto decentralizzato, riesce a raggiungere in velocità tutti i punti della provincia di Belluno. Non vola di notte, ma per questo ci sono protocolli operativi che prevedono l’uso di Leone, del SUEM di Treviso, e la possibilità che Falco voli un’ora prima dell’alba e un'ora dopo il tramonto. Negli ultimi due anni, per il periodo estivo, si è affiancato a Falco un altro Falco. Questo tipo di servizio aggiuntivo è ancora in fase sperimentale, ma è chiaro come una provincia che quasi raddoppia il numero dei suoi abitanti nel periodo estivo abbia anche un maggior bisogno di assistenza e soccorso Il rombo dell’HC 145 sovrasta le voci concitate dei primi soccorritori giunti sulla scena. Si chinano sul ferito, per proteggerlo dall’aria che scende dal velivolo. Trenta metri più in alto si apre il portellone e dalla pancia dell’elicottero iniziano a scendere - assicurati al verricello in precisa sequenza: tecnico di elisoccorso, medico e infermiere con tutto l’equipaggiamento sanitario. Barella, monitor e zaino. Medico e infermiere prendono le consegne dai primi soccorritori, valutano la vittima, trattano il dolore e si predispongono per il recupero. Il rombo si fa nuovamente sentire. Il Pilota ha fatto una rotazione attorno alla cresta, si avvicina alla prateria alpina dove il tecnico pone le braccia a forma di Y. Tutto pronto per il recupero. Il portellone è nuovamente aperto, una comunicazione veloce tra tecnico di verricello e pilota che tutto sia a posto ed ecco che il cavo di metallo viene fatto scendere. Si aggancia la barella con l’infermiere, un segno che tutto sia correttamente assicurato e si procede con il recupero. A seguire saliranno medico e tecnico di elisoccorso. L’operazione si è svolta in breve tempo. L’infortunato caduto mentre arrampicava, a prima vista, riporta infortuni sia al torace che alla testa. L’ospedale più vicino via terra dista qualche ora, in volo solamente quindici minuti. E questo fa la differenza tra vivere e morire.
Questo articolo è anche disponibile in versione podcast su - Andata e Ritorno:Storie di Montagna-

Commenti

Post più popolari