Esperienze

Alcune volte sono stato nei capanni fissi. Ore chiuso dentro un edificio di legno, aspettando il momento giusto per fotografare. Non mi è mai piaciuto quel tipo di situazione, sono uno spirito che ama gli spazi aperti. Ho sempre sfruttato quelle ore chiuse nel capanno per studiare una specie. Le foto che ne conseguivano non mi davano soddisfazione. Anzi, posso dire che le foto facili non le sento mie, non le conservo nell’archivio delle cose belle. Ho sempre voluto passare per la fatica per ottenere qualcosa, sono stato educato così dopotutto. Gli anni passati a macinare chilometri in bici per ottenere uno stato di forma soddisfacente si sono trasformati in suole di scarponi consumate su e giù per le montagne. Non è facile fotografare in montagna. Il dark side della fotografia naturalistica che nessuno, o pochi, raccontano è composto da giri a vuoto e cose che non funzionano. Soprattutto se si gioca pulito. Quest’estate ho vissuto una crisi profonda, tanto che volevo mollare tutto. Mettere in vendita obiettivi e macchine e dedicarmi a qualcosa di meno frustrante. Ma la frustrazione c’è sempre quando la misura delle nostre aspettative oltrepassa quello che la fortuna, la provvidenza e il destino hanno in serbo per noi. Oltretutto una vita senza una passione, una di quelle che ti fa alzare alle 3 del mattino nel tuo giorno libero, è il giusto modo di giocare l’unico gettone che ci è stato concesso? Non ho questa risposta per gli altri. So che ho la fortuna di avere al mio fianco una compagna che conosce e limita le mie frustrazioni e che mi spinge a non mollare. La frustrazione cede il passo alla gratitudine di avere un fisico che ancora spinge, nonostante il peso dello zaino, e della possibilità di vivere in un posto dove non serve Photoshop da quanto è bello. Nasce il dovere di raccontare questo mondo, per proteggerlo e per rendere consapevoli le persone che non immaginano la vita che si nasconde tra le fronde degli alberi e più su, verso le praterie e le pietraie alpine. E quindi eccomi qui. Ore 5 del mattino, più o meno. La bocca che sa di caffè, gli occhi gonfi e pesanti in debito di sonno. I fanali illuminano i prati del mio paesello. Intravedo gli occhi di una volpe a caccia, o di bidoni dell’umido. In radio passa un brano dei Pearl Jam: Given to Fly. Il ritornello dice: a volte si vede uno strano puntino nel cielo, un uomo a cui è concesso di volare. Mi sento come l’uomo del ritornello. Quando vado su mi è concessa, per un breve periodo, la libertà dei selvatici, tanto che mi sembra di volare. La strada scorre sotto le ruote della mia Dacia. Anche se mancano alcuni giorni all’obbligo ho già montato le gomme da neve. Ho annusato l’aria, come farebbe la femmina anziana del camoscio. Ho sentito il freddo che arrivava e la prudenza mi ha fatto fare il cambio. Come in alta montagna, bastano pochi metri di mancata aderenza per fare il danno. Salgo di quota. In un tornante i fari illuminano un branco di cervi. Due maschi con le femmine. Peccato sia buio perché sono davvero due begli esemplari. La prima luce del giorno mi accoglie mentre affronto i tornanti del passo di montagna da dove parte il sentiero. La notte scorsa ha piovuto, poi nevicato e poi le nuvole si sono dileguate lasciando spazio a un cielo tremendamente bello e freddo. La neve umida al suolo è gelata e, nonostante lo spazzaneve e le gomme da neve, mi impianto a metà di un tornante. Torno indietro e riprovo a salire. Niente da fare. Scendo fino a uno spiazzo dove trovo un camioncino fermo. Inizio a pensare alle possibili soluzioni. Gambe in spalla e su oppure catene. Scelgo la seconda opzione. Monto velocemente e altrettanto velocemente conquisto la sommità del passo. Quota 2000. Vento e freddo. Le previsioni meteo segnavano una temperatura minima tra i -8° e i -10°. Dal freddo sulle mie guance penso che non si siano sbagliati di molto. Salgo i tornanti fino al punto dove tempo fa avevo trovato le pernici bianche. Amo questa specie. Quasi un’ossessione. Le ho sognate a lungo, in forma di incubi, fino a vederle una prima volta sullo Stelvio. Una situazione tanto bella quanto semplice, che mi è servita per allenare l’occhio e trovarle tempo dopo sulle mie montagne, in una situazione molto più difficile ma altrettanto bella. Poi, per un paio di anni, il mio cammino non le ha più incrociate. E la cosa, non vi nascondo, mi seccava parecchio. Anche qui, dove sono ora, le mie ricerche si sono infrante su fallimenti duri come la roccia che compone questo magnifico ambiente. La passione però impone questo: perseverare anche quando lo sconforto prende il sopravvento. Continuare a cercare anche quando gli occhi scambiano rocce per animali. Cercare, sbagliare e imparare. Perché se c’è una frase che si abbina alla fotografia naturalistica è proprio questa: non è mai un fallimento ma sempre una lezione. Girando si impara a intuire che quello potrebbe essere l’habitat per la specie che stai cercando di raccontare. Quando trovi le tracce, beh, il gioco è fatto.
Salgo, il fiato lungo, i miei passi fanno cedere e scricchiolare il ghiaccio sotto le suole. La reflex è fuori dallo zaino, pronta all’uso. ISO, diaframmi e tempi sono già impostati. Causo uno scricchiolio di troppo ed ecco che partono sei pernici sulla mia destra. Accidenti. Non è quello che volevo, ma è quello che ho imparato. Mi sposto sulla neve, ora i miei passi fanno meno rumore. Mi accuccio e mi muovo piano. Trattengo il respiro fino a che le scorgo dietro la curva del sentiero. Due pernici, nel manto invernale, nella neve fresca caduta la notte prima. Che meraviglia! Non penso, punto e scatto a raffica. La composizione viene da sé, senza volerlo. Le due pernici si alzano ancora in volo, andando a raggiungere le altre quattro già in aria che girano attorno alla parete imponente della montagna. Una pernice rimane su in alto, tra la neve. Ferma, sfruttando appieno la sua strategia di sopravvivenza, mimetizzandosi nella neve candida. Scorgo la linea nera che parte dall’occhio. È lontana, ma mi permette di fare quegli scatti ambientati che sto cercando sempre di più. Foto che mi permettono di raccontare e che, in un certo modo, restituiscono un senso alla mia invasione nel loro habitat. Rimango a distanza, mentre un vento gelido che sa di nord sferza il mio corpo e il corpo del teleobiettivo che smette di funzionare. L’autofocus si muove avanti e indietro, senza agganciare il soggetto che, tra l’altro, ha pochissimo contrasto rispetto all’ambiente. Per fortuna, mentre preparavo lo zaino, il mio sesto senso mi ha fatto prendere anche il teleobiettivo fisso. Questo sia per precauzione, sia per avere una qualità migliore in caso di distanze importanti. Nella mia mente c’è impotenza. Mi impongo una disciplina quasi militare. Informazioni ricevute, proseguiamo. Lascio la pernice a godersi timidi raggi di sole che filtrano dalla cima della montagna e salgo ancora un poco. Quota 2300. Gli scarponi affondano fino alla caviglia nella neve. Guardo verso sinistra, al giorno che nasce. Un batuffolo bianco, troppo vivo per essere neve, attira la mia attenzione. Una pernice si staglia nel controluce. Bella, paffuta, con le piume gonfie. Vicino a lei un’altra. Scatto alcune foto. Nonostante mi sia mosso con estrema cautela, anche esse si involano. Mi dispiace tutto questo, non lo desidero. Sia perché diventa difficile fotografarle, sia perché non è mio volere stressarle e disturbarle. Più su, dove avevo trovato delle impronte di pernice e lepre variabile, una balconata sulle vette circostanti mi fa scegliere un obiettivo corto per immortalare il paesaggio. Sto ragionando su inquadrature e su modi che non sono il mio pane quotidiano quando un cane libero mi arriva alle spalle. Capisco allora che non tutti hanno il mio riguardo. Che per quanto sia bello vedere un cane correre felice in spazi immensi questo ha una ricaduta sui selvatici. Non giudico, ma rifletto e capisco allora il comportamento così stranamente poco confidente delle pernici. Metto via tutto, per oggi fine dei giochi. Scendo all’auto, nel continuo andata e ritorno verso il mondo che mi fa sentire un uomo a cui è concesso di essere libero. Un mondo fragile che voglio raccontare, attraverso la lente della mia macchina fotografica.

Commenti

Post più popolari